Questo blog è scritto a quattro mani. Quando leggerete troverete l'essenza di noi. Leggerete la nostra esperienza di vita, come mamme e come educatrici. Questo blog è la nostra visione pedagogica. Questo blog siamo noi! Il nostro motto è: L'ESPERIENZA DEGLI EDUCATORI AL SERVIZIO DEI GENITORI! Aiutateci a rendere speciale questo blog con le vostre condivisioni e i vostri commenti...

martedì 5 settembre 2017

Il ciclone

Eccoci. Prima o poi doveva succedere. Il ciclone si è abbattuto sulla mia casa. Era inevitabile e lo stavamo aspettando. Speravamo che ritardasse rispetto alle previsioni ma purtroppo è arrivato portato dai venti caldi dell’estate. L’aspetto del ciclone è all’incirca questo:
  • Si manifesta intorno ai 10 anni.
  • Si abbatte con forza e travolge tutto quello che incontra.
  • È carico di energia indomabile e potenzialmente distruttiva.
  • È difficile da incanalare e governare.
  • Passa da stati di quiete quasi catatonica a momenti di tempesta rabbiosa.
  • E’ a tratti, piuttosto frequenti, insopportabile.

Il ciclone ha anche aspetti remoti e poco visibili a causa della sua apparenza terrificante. I lati oscuri del ciclone sono i seguenti:
  • Instabilità interna.
  • Fragilità.
  • Umidità da condotti lacrimali.
  • Bisogno estremo di anticicloni.

Chiunque abbia, come me, figli intorno ai dieci anni ha perfettamente capito di cosa sto parlando. E’ il ciclone PREADOLESCENZA. Prima o poi arriva per tutti. Prima o poi dobbiamo farci i conti come genitori così come abbiamo dovuto farci i conti durante la nostra crescita. Ma quando tocca ai nostri figli, beh, è tutta un’altra storia. I nostri meravigliosi cuccioli profumati da angelo e accoccolati sulla nostra pancia si trasformano in demoni dalle unghie affilate e i canini insanguinati. Ce l’hanno con il mondo. Ma soprattutto ce l’hanno con noi. Sono bravissimi a riconoscere i nostri passi falsi (perché ne facciamo, eccome). Sono martellanti e terribilmente insopportabili. Vogliono fare cose ma non le vogliono fare. Sono euforici e sono tristi. E poi, all’improvviso, piangono e si chiudono in un silenzio assordante. Lo fanno proprio mentre tu sei così arrabbiato per l’ultima loro performance che gli strapperesti un dito a morsi. Ma come fai? Li trovi lì, nella loro stanza, cuffie alle orecchie e occhi da cane bastonato. I preadolescenti sono questo. Un tumulto di emozioni in una personalità in crescita. Vogliono spiccare il volo ma alle ali hanno quattro piume striminzite e spesso hanno più paura che coraggio. Vogliono dire la loro ma molte volte i pensieri gli si confondono nella testa e dicono cose incomprensibili. Andrebbero a vivere da soli ma appena te ne esci dalla porta si sentono terribilmente soli. Vogliono che tu te ne vada ma hanno l’estremo bisogno di essere accolti, ascoltati, compresi e perfino coccolati (se non in senso stretto, almeno metaforico). E tu sei lì, in mezzo a questo turbinio, che cerchi di fare mente locale ricordando quello che provavi alla loro età e speri di cavartela facendo il minor numero possibile di danni. Cerchi strategie, pensi, provi strade e soluzioni. Ti arrabbi, li metti in punizione, li rimproveri aspramente e poi, una volta calmate le acque, provi a sederti con loro e a intavolare un confronto pacato. Li porti a mangiare un gelato o a vedere un bel film. Fai il genitore nel miglior modo possibile, senza dimenticarti che come genitore hai il compito di guidarli ricordandoti che in primo luogo devi guidare te stesso. La personalità del nostro piccolo demone sta cambiando, sta crescendo e quasi stentiamo a riconoscerlo. Ha bisogno di noi. Ha bisogno di sapere che un giorno quelle quattro piume diventeranno un piumaggio voluminoso e sicuro, che potrà volare, esplorare e tornare al nido da noi. Ma per ora tocca a noi. Ci tocca affrontare questo ciclone stando al loro fianco. Ci tocca cercare nuove strategie per affrontare questa nuova sfida e uscirne insieme da vincitori. Cosa possiamo fare se non trasformarci in pale eoliche e approfittare di questi venti ciclonici per produrre energia utile? Avanti tutta allora e affrontiamo questo ciclone!

martedì 21 marzo 2017

Ce la faremo?

Me lo chiedono a gran voce, loro: il mio ferro da stiro, la mia lavatrice, la mia lavastoviglie, il mio robot che aspira ininterrottamente tutti i santi giorni della settimana puntuale come un orologio Svizzero, sette giorni su sette! Li sento che si lamentano “Basta! Basta!”. E perché? Vogliamo forse non dar voce al mio pc e al mio tablet che fanno da sempre le ore piccole? Possiamo non ascoltare i loro lamenti? “E che diamine! In questa casa non c’è più criterio!”.
I miei vicini hanno affermato tempo fa che i miei elettrodomestici esultano dalla gioia quando vado in vacanza! E hanno ragione.
Oh, quasi dimenticavo! Come posso averlo scordato? Non sono assolutamente democratica. Di tutti i collaboratori involontari e assolutamente preziosi che sostengono la mia esistenza, ho trascurato proprio lui: il mio cellulare!
Oggetto moderno più che mai indispensabile, irrinunciabile, presenza fissa della mia esistenza, presente e futura. Lui c’è! E’ proprio così, c’è sempre. Ci penso e non riesco a capacitarmi di come un oggetto così piccolo possa contenere contemporaneamente desideri, gioie, tristezze, paure. Eppure doveva servire solo a comunicare con maggior facilità, doveva al limite supportarci nelle attività lavorative, organizzative, pragmatiche.
E invece?
Invece si è trasformato nel custode della nostra anima, dei nostri ricordi, dei nostri affetti e della nostra socialità. Allora forse sarà per questo che non riusciamo, ma proprio non ce la facciamo a separarci da lui? A spegnerlo? A lasciarlo a casa? Per questo non riusciamo a silenziarlo quando siamo a casa o durante una serata fuori? Per questo ci risulta più facile silenziare chi ci sta vicino anziché il nostro cellulare?
Me lo chiedo davvero, una domanda profonda: perché la sera, dopo che la giornata di lavoro è finita, noi non riusciamo a spegnere il telefono?
Troppo alta la richiesta? Abbassiamo! Per l’ora di cena? Abbassiamo! Per 30 minuti? Abbassiamo di nuovo.  Per il tempo necessario a parlare con i nostri figli rientrati una volta riuniti a casa? Abbassiamo definitivamente. Per l’attimo sufficiente a guardarli negli occhi i nostri figli e dire loro “Ciao, hai passato una buona giornata?”
E’ ancora troppo il tempo di GUARDARE NEGLI OCCHI? E se abbassassimo ancora la richiesta? Che cosa ci resta? Forse la fotografia del nostro sguardo da inviare loro tramite whatsapp.
Sono cinica, lo so. Drammatica e antiquata, anche. Ma, vedete, incontro tanti genitori, tanti insegnati, tanti istruttori, educatori con la E maiuscola e tra loro molte, moltissime persone semplicemente rassegnate che utilizzano frasi come “ai nostri tempi non era così, non c’era la tecnologia, e bla bla bla”. Ascolto e penso “Davvero è colpa della tecnologia?”. Forse. O forse dovremmo semplicemente fermarci (cosa assolutamente fuori tempo visto il mantra che ci vuole tutti sul pezzo, tutti collegati, tutti efficienti e impattanti). Ma se ci riuscissimo? Se riuscissimo in questo “miracolo” di fermarci potremmo riflettere su quali bisogni nasconde la dipendenza da cellulare. Potremmo avanzare anche ipotesi e possibili soluzioni di liberazione. E sapete perché mi faccio questa domanda? Per il semplice fatto che NOI ADULTI chiediamo, anzi intimiamo ai nostri figli, generazioni nate CON queste tecnologie, di smettere, di lasciare quei benedetti” telefonini, di ascoltarci. Ma noi siamo i primi a non riuscire a smettere. E allora che educatori siamo? Cosa chiediamo loro e cosa mostriamo loro? Ma certo, diranno in molti, per noi è diverso, noi lavoriamo. E già, altra questione pregnante: se è lavoro, allora tutto, ma proprio tutto, passa in seconda piano? E in questo caso cosa stiamo dicendo loro? Ciò che diciamo con le nostre azioni ha un peso enorme rispetto a ciò che diciamo con le parole. Una lotta impari: azioni vs parole. E continuiamo senza nemmeno accorgercene. Chiediamo ai nostri figli di ascoltare mentre non li ascoltiamo, di guardarci mentre non li guardiamo, di smettere mentre non smettiamo. Chiediamo loro di esserci mentre loro vedono un genitore assente, sempre di corsa, che cerca di districarsi fra mille impegni incastrati in agende che, proprio non capisco come mai, sono sempre così piccole…
Cosa ci resta allora se non lanciare una sfida nuova. Una sfida che può essere abbraccia da chiunque di noi abbia pensato, almeno una volta nella propria di vita di genitore, che qualcosa non va.
Ecco la nostra sfida:

  1. Scegliete un tempo da condividere coi vostri figli
  2. Togliete tutti i tipi di suoneria e vibrazioni dal telefono
  3. Scrivete sui vari social “chiedo perdono al mondo ma dovrà sopravvivere senza di me, io sono impegnato con la mia famiglia”
  4. Dedicatevi ad attività di condivisione gradevoli e rassicuranti coi vostri figli


Buon esperimento a tutti e.... fateci sapere come è andata!

mercoledì 8 marzo 2017

Essere donne...secondo me

Questa mattina mi sono svegliata. Una mattina come un’altra. Sempre troppo tardi, sempre troppe cose da fare, sempre di corsa. Alzati, cambiati, sveglia i bambini con dolcezza, aiuta il piccolo a vestirsi, fai la colazione, controlla che tutto sia apposto per il pranzo della grande e via, si esce. Accendo il cellulare. Plin Plin. Diversi messaggi, come sempre. Sbircio veloce. “A te che sei una donna….”, “A te, bimba, ragazza…” “Auguri a tutte!” e poi fiori, fiori, fiori….tantissimi fiori.
Attimo di smarrimento. Ma certo! E’ la festa della donna. Me l’ero scordata. Non di essere una donna, chiaro, ma dell’8 marzo. Perché me n’ero scordata? Forse non ha importanza nel mio immaginario questa festa? Forse penso, come molte persone, che la nostra festa debba essere ogni giorno? O forse penso che per noi donne non sia mai una festa? Non lo so. Fatto sta che me n’ero scordata.
Eppure il mio essere donna per me ha un valore enorme. Oltre ogni immaginazione. Qualcuno arriva perfino a dire che sono una femminista. Dicono di me molte cose. Dicono che sono troppo bacchettona, troppo pretenziosa, troppo convinta. Di cosa non lo so, ma a quanto pare sono troppo convinta. Allora mi sono messa a pensare e ho pensato seriamente a quali siano le mie convinzioni e così ho deciso di raccontarvele.
Ecco alcune cose, fra tante, di cui sono convinta. Sono convinta che ogni essere umano debba nascere libero, libero di autodeterminarsi e di scegliere per sé. Sono però anche convinta che siamo tutti molto lontani da questa bellissima immagine di autodeterminazione.  Sono convinta che in ogni famiglia debba esistere la condivisione e la collaborazione. E anche per questo sono convinta che sia ancora oggi un miraggio. Sono convinta che le donne possano fare grandi cose, se educate alla scoperta di sé. Sono altrettanto convinta che dovranno perennemente convivere per questo con il giudizio colpevole di una società che le vuole sempre un passo indietro a occuparsi dei lavori di cura. Sono convinta che le figlie di oggi possano essere i leader di domani. Allo stesso tempo sono convinta che qualcuno continuerà a non sentirsi all’altezza e qualcun altro continuerà a tentare di impedirglielo. Sono convinta che nessuno dovrebbe essere vittima di violenza, fisica o verbale, ma sono anche convinta che le donne continueranno a subire più degli uomini e in modo più subdolo. Sono convinta che gli stereotipi di genere, quelli striscianti e non espliciti, possano essere scovati e abbattuti; eppure sono convinta che ci siano ancora troppe donne che perpetrano gli stessi stereotipi nell’educazione dei figli. Sono convinta! Sì, e nonostante questo continuo a sperare.
Spero che negli anni continuino a definirmi troppo femminista se questo significa che racconterò ai miei figli e ai miei studenti una storia diversa, se continuerò a raccontare loro la storia di donne che hanno fatto la storia con la loro autodeterminazione, con i loro sacrifici, con i loro sensi di colpa, con la lotta alla discriminazione e al pregiudizio, nonostante le ingiustizie subite. Continuerò a essere convinta e a raccontare la storia di donne come Margherita HacK, Marie Curie, Rita Levi Montalcini, Maria Montessori, Samanta Cristoforetti, Simone Weil,Marva Collins, Evita Peron, Kathrine Switzer, Maud Wagner, Komaki Kimura e molte molte altre.
La mia festa della donna vuole essere questa. La festa delle conquiste e delle vittorie. La festa di un domani possibile.

Sognate in grande e sarete grandi!!!

lunedì 6 febbraio 2017

Un NORMALE 7 Febbraio

E allora? E' normale... 
Cosa?
E’ normale pensare di essere unici e per questo avere a disposizione tutto?
E’ normale avere risposte per ogni desiderio e soddisfazione per ogni bisogno non ben definito?
E’ normale trasformare ogni cosa e persona in un bene a proprio uso e consumo?
E’ normale essere impermeabili al punto di assistere a qualsivoglia violenza, di filmarla e quasi in contemporanea di girarla sui social riuscendo a gioire per essere stati i primi a pubblicarla?
E’ normale mangiare, cibarsi, nutrirsi mentre si osservano massacri, uccisioni di ogni sorta?
E’ normale osservare adulti che tra loro si insultano, si umiliano, si disprezzano per ottenere audience e attenzione mediatica?
E’ normale avere la fortuna del diritto alla scuola e lì, proprio lì, subire ogni sorta di angheria da parte di compagni?
E’ un normale luogo di Cultura, quello?
E' normale sentirsi soli e inascoltati?
E' normale non sapere cosa significa PARLARE?
PARLARE: articolare suoni che abbiano un senso.
MA parlare in questo caso forse significa: articolare suoni perché vengano accolti, rielaborati, trasformati e utilizzati per trovare spiegazioni, soluzioni, rassicurazioni.
Allora è normale DIALOGARE?
E con chi? Con gli adulti che oggi hanno così paura di ascoltare? Con chi spesso non vuole vedere, non vuole sentire, perché forse, nello specchio di questa società evoluta ci vede il NORMALE riflesso di sé? Dei propri errori e delle proprie omissioni? Perché vede e teme di riconoscere un nuovo genere evoluto della propria specie? 
Né alto né basso, maschio o femmina, un po’ giovane e un po’ vecchio, con i capelli lunghi ma anche corti, gli occhi non saprei, possono essere di molti colori, né magro né grasso, ma una certezza: bipede e Homo Sapiens Sapiens. 
Sembra abbia un cervello molto evoluto, sembra abbia la necessità di organizzarsi socialmente, sembra abbia la necessità di comprendere il mondo, sembra desideri DOMINARLO. 
E' normale...Si è evoluto, l’essere umano.
Sembra che un tempo fosse dotato di diverse “capacità” sensoriali: vista, udito, gusto, olfatto, tatto, termopercezione e sembra che le utilizzasse per interagire con gli altri abitanti del suo pianeta: la Terra. 
Sembra che un tempo potesse vivere diverse emozioni: gioia, sorpresa, tristezza, rabbia, paura, disgusto. 
Sembra che l’evoluzione della specie lo abbia condotto a un congelamento di sensi ed emozioni a favore di una realtà parallela, al di fuori del proprio corpo, dove l’altro non esiste, dove l’altro non soffre, dove l’altro è fatto solo di pixel che scorrono puntando l’indice.
E allora…cosa è normale in questa nuova società evoluta?
E’ NORMALE COMMETTERE VIOLENZA SUGLI ALTRI?
E’ NORMALE RESTARE AD OSSERVARE MENTRE QUESTO ACCADE?
E’ NORMALE FARE IL TIFO ED INCITARE CHI MATERIALMENTE COMMETTE VIOLENZA?
E’ NORMALE FILMARE E MANDARE SUI SOCIAL?
E’ NORMALE GIOIRE PERCHE’ SI E’ ASSISTITO E PERCHE’ SI PUO’ RACCONTARE?
E’ NORMALE NON CONSIDERARE NESSUNO CAPACE DI ASCOLTARE IL NOSTRO BISOGNO DI AIUTO?
E’ NORMALE CONSIDERARE TUTTO QUESTO NORMALE?






mercoledì 18 gennaio 2017

10000 VISUALIZZAZIONI


Oggi vogliamo solo ringraziare tutti voi per la vostra affezionata presenza. Abbiamo raggiunto e superato lo strepitoso traguardo delle 10.000 visualizzazioni e per questo dobbiamo ringraziare voi!
Il nostro impegno per la diffusione di cultura educativa, per lo stimolo alle riflessioni, per il supporto al difficile compito di educare CONTINUERA'.
Grazie grazie grazie!
Continuate a seguirci e se volete aiutare il nostro progetto CONDIVIDETE i nostri post sulle vostre bacheche e nei gruppi di amici....
A PRESTO per il prossimo post!

domenica 15 gennaio 2017

L'EDUCATORE E'....

Quanto è difficile cambiare! Cambiare nel profondo, cambiare ciò che siamo, cambiare ciò che possiamo essere. E’ difficile e faticoso e lo so perché lo vivo in prima persona. Cambiare le mie abitudini di sempre, cambiare i miei atteggiamenti e le mie risposte, modificare ciò che sono è una delle sfide più difficili e complesse che devo affrontare nella mia crescita personale. Ci sono molte cose che vorrei modificare di me, molte cose che fanno parte della mia persona e del mio modo di essere persona fra le persone. Si dice che basti la volontà per cambiare. Forse è così. Io però credo che non sia così semplice. Cambiare è un processo profondo, intimo, delicato. Cambiare presuppone la capacità di osservarsi, mettersi in discussione, comprendere il proprio modo di funzionare e le proprie origini. Significa indagare la propria infanzia, la propria essenza. Sapere dove si radicano le nostre paure, i nostri conflitti interiori, le nostre abitudini comportamentali e i nostri atteggiamenti. Cambiare significa avviarsi sulla strada della conoscenza. E conoscere se stessi è un’incognita che mette paura perché può portare verso luce ma anche verso l’oscurità e allora non sappiamo mai se vogliamo conoscerci fino in fondo, non sappiamo mai se vogliamo capire e per questo alziamo barriere, difese, muri. Per questo diciamo "Io sono così, prendere o lasciare!". Ma noi, profondamente, sappiamo davvero come è quel COSI'? Sappiamo per primi accettare quel che siamo? Sappiamo affrontare tutto quello che il nostro modo di essere comporta? Conoscersi significa capirsi per migliorarsi, per amarsi, per smussare gli angoli, per cucire le ferite. Ascoltarsi significa entrare nella nostra solitudine, fermarci e vedere oltre. 
Noi educatori ci incamminiamo ogni giorno sulla strada del cambiamento con l’obiettivo di “educere”, tirar fuori dall’altro ciò che di meglio può essere. Partiamo, inciampiamo, a volte vinciamo e altre veniamo sconfitti. Molti di noi si lanciano a testa bassa, perseverano, non si fermano. Altri gettano la spugna, si arrendono in fretta, riversano colpe sugli altri ma pochi, pochissimi, fanno il viaggio inverso. Pochi si fermano e si ascoltano. Pochi leggono dentro di sé, leggono sé per comprendersi prima di comprendere, per cambiarsi prima di cambiare, per evolversi prima di evolvere.
“L’educatore è innanzitutto ciò che è, poi ciò che fa e infine ciò che dice”. Questa è la prima cosa che ho imparato nel mio percorso di studi. Ma quanti di noi sanno veramente chi sono? Quanti cercano di scoprirlo? Di scoprire sé stessi attraverso gli occhi degli altri, abbassando le difese, uscendo alla scoperta, sollevando il coperchio del vaso di Pandora per svuotarlo e ricominciare da capo? Quanti affrontano con coraggio questa via? Educatori di professione. Educatori per passione. Educatori per scelta oppure no. Persone chiamate al grande compito di trasmettere se stessi agli altri, alle future generazioni. Insegnanti, maestri, volontari e sopra ogni altro: genitori. Sappiamo affrontare questa sfida? La sfida che sento l’onere di affrontare ogni giorno? La domanda che interrompe il mio sonno, che inquieta i miei pensieri? Sappiamo veramente cercare la risposta al quesito: IO SO CHI SONO?

Personalmente forse una risposta finita non la troverò mai, forse questa domanda continuerà a turbarmi per tanto tempo ancora ma sono certa che in questa mia continua ricerca io potrò trovare la capacità di scoprire e scoprirmi per scoprire l’altro, la capacità di cambiare per cambiare, la capacità di crescere per aiutare a crescere…

sabato 10 dicembre 2016

L'educazione creativa

La cosa più difficile che devo affrontare ogni giorno, nel mio lavoro, è la rigidità. Le persone sono rigide. Siamo rigidi. Rigidità che si declina in mancanza di fantasia, carenza di flessibilità, ipermetodologia applicata in modo impersonale e aprioristico. In parole povere: la morte dell’educazione creativa.
Dicono che il mondo stia cambiando. Dicono che le imprese abbiano sempre più bisogno di persone flessibili, capaci di adattarsi, dinamiche e creative. Dicono che le grandi imprese cerchino i propri dipendenti e i propri dirigenti dentro alle scuole d’arte. Non serve più il personale standardizzato e pre-costruito. Non dobbiamo più sfornare giovani con picchi di conoscenze in un'unica materia ma ricchi di esperienze diverse, capaci di pensiero critico, adatti alla conoscenza del mondo. Persone capaci di essere persone in senso globale.
Eppure, nonostante questa nuova e futuristica richiesta da parte del mondo, noi non riusciamo a lasciar da parte la rigidità dei sistemi e a introdurre la variabile “creatività”. Eppure mi capita di vedere, mio malgrado, molte persone del mondo educativo trovarsi di fronte alla fantasia e alle alternative e venire sopraffatti dal terrore che tutto possa sfuggirgli di mano, che esca fuori dal loro controllo e, di conseguenza, comprimere questa variabilità, schiacciarla dentro ai propri schemi, chiuderla in una scatola, anzi, in un registro, perché, PRIMA, ci sono i programmi da rispettare, le pagine da finire, le performance da programmare. Tutto corre e tutto va, ma cosa resta ai nostri ragazzi? Cosa lasciamo loro in dote? Cosa vogliamo lasciare?
Io me lo chiedo spesso e in molti, come me, cominciano a chiederselo oggi. Tanti vogliono fare qualcosa di diverso e ci provano. Ma fra questi, purtroppo, ancora in troppi sono quelli che cercano la risposta spostando il proprio focus da una rigidità all’altra affidandosi a nuove, fiammanti (ma anche antiche e rinomate) “metodologie”. 
E di questo proprio non riesco a farmene una ragione. Perché le figure educative hanno sempre e spasmodicamente bisogno di  metodi da applicare?  Metodi per ogni cosa. Metodi preferibilmente riconosciuti e attestati da corsi costosissimi, con timbri famosissimi e con nomi altisonanti. Un metodo per le materie scientifiche, uno per quelle umanistiche, uno per le persone così e l’altro per le persone cosà, e infine, ovviamente, un metodo anche per essere creativi. Sì, perchè si deve essere creativi maaaa…solo con la modalità prevista dal metodo. allora ci iscriviamo all’ultimo aggiornamento di grido, andiamo ad imparare le tecniche, compriamo materiali e kit fatti da esperti con materiale che proviene dalla luna (dati i prezzi) e poi? Poi, calati nella meravigliosa variabilità individuale del quotidiano la perdiamo di vista cercando in tutti i modi di far rientrare ogni individuo, ogni mente, ogni vita, ogni esperienza nella stessa struttura “metodica” che abbiamo appena imparato, perché è quella all’avanguardia, è quella scientificamente e dermatologicamente testata. Tutti dentro a un metodo e tutti giù per terra
Sì, perché alla fine, professionali e preparati, ci ritroviamo a fare la cosa più grave che un educatore possa fare, dimenticarsi che ogni essere umano è unico e irripetibile, che ogni evento educativo è hic et nunc (qui ed ora), che non devono essere le persone ad adattarsi al metodo ma il metodo alle persone. E invece lasciamo che il nostro bisogno di scientificità offuschi il nostro senso pedagogico e ci dimentichiamo l’incredibile capacità umana della flessibilità. Ci scordiamo di essere persone dotate di capacità stupefacenti come l’ascolto, la com-prensione, la com-passione.
Così, ci avviamo ogni mattina, con la nostra valigia piena di strategie e modulistiche, la apriamo e la mettiamo sulla cattedra, sulla scrivania, in cucina e con tutto quel ben di Dio prepariamo attività, lezioni, esperienze ben strutturate e impalcate e andiamo avanti dritti verso la meta. Facciamo il nostro numero di incontri prefissati, facendo rigorosamente mettere le domande e le curiosità dei bambini scritte su un post-it o appese su un cartellone “per dopo” (perché nel metodo non è previsto che si perda tempo con le riflessioni uscendo dal tema), raccogliamo dati e chiudiamo pacchetti con relazioni assolutamente metodologiche. Iniziamo e finiamo, iniziamo e finiamo e andiamo avanti così, ben incanalati dentro rassicuranti passerelle addestranti che non hanno niente di educativo e creativo. Siamo forti e sicuri, noi applichiamo il metodo alla lettera, ci siamo formati per farlo, abbiamo il titolo, perciò non è possibile che non funzioni. Siamo ligi al dovere e agli apprendimenti. Non ci sfugge niente. Eppure qualcosa continua a sfuggirci. A questa società qualcosa sfugge continuamente. Ci sfuggono ragazzi dalle mani, ci sfuggono ragazzi dalle scuole, ci sfuggono pensieri e punti di vista, ci sfuggono confronti di idee e visioni del domani. Ci sfuggono le persone. E dentro a questo turbinio ci sfugge il futuro. 
Allora, direte voi, è sbagliato il metodo? 
Io non credo. Non credo che siano sbagliati i metodi a priori ma il modo in cui noi li intendiamo, il modo in cui tentiamo a tutti i costi di applicarli così come ce li hanno insegnati, perché ci rassicurano, perché danno alla pedagogia e all’educazione il taglio scientifico che altrimenti non sentiremmo di avere. E’ sbagliato il fatto che non riusciamo a credere che qualcuno con quei metodi possa arrivare da tutt’altra parte rispetto a quello che noi ci aspettavamo. E’ sbagliato l’immobilismo. E’ sbagliato che insieme al metodo non venga insegnato agli educatori, ai formatori, agli insegnanti, ad accogliere e gestire gli imprevisti, la variabile umana, la variabile creativa, prendendola e inventandosi qualcosa di nuovo. Un’evoluzione delle tecniche, una struttura diversa che ancora continuerà ad evolversi. I grandi pedagogisti che hanno partorito i grandi metodi, oggi, secondo me, avrebbero molto da ridire sulla rigidità e il fissismo. Sono stati capaci di innovare guardando oltre, guardando al futuro, superando barriere e accogliendo la creatività, e oggi, quell’innovazione non ha seguito il passo dei tempi. La prendiamo e la applichiamo così, fino alla prossima innovazione che farà qualcun altro al posto nostro perché noi non abbiamo avuto il coraggio di farla ogni giorno. E infine, la cosa più triste che riusciamo a fare, è l’applicazione cieca, senza metterci la nostra personalità e fantasia educativa. Senza che una traccia di noi rimanga.
Le strutture ci vengono in aiuto, ci offrono strumenti e tecniche valide, ci danno una mano ma, quando ci accorgiamo che stanno diventando vincoli anziché risorse, allora è arrivato il momento di rielaborarle, modificarle, superarle e finanche di abbandonarle per passare oltre. Padroneggiare una tecnica non significa essere buoni educatori. Nemmeno padroneggiarne due, o tre. Essere buoni educatori significa conoscere approfonditamente le tecniche per poterle manipolare, integrare, applicare in modo parziale e personale scegliendo cosa sì e cosa no e facendolo solo ed esclusivamente in funzione dell’individualità di chi abbiamo di fronte, dell’unicità del nostro gruppo classe, della personalità dei nostri educandi.

Facciamo un passo nel futuro, andiamo oltre e sforziamoci di diventare educatori creativi. 

venerdì 11 novembre 2016

L'unità di misura delle scelte

Come si misura il peso di una scelta? Che valore hanno le conseguenza di quello che scegliamo?
 Il mondo, questa settimana, è cambiato. Qualcosa, nella storia, è cambiato. Certamente questo non sarà il luogo per fermarsi a fare confronti politici e a definire se quello che abbiamo davanti sarà un periodo buio oppure no. Quella che vorrei avviare, con questo post, non è una discussione sulle scelte degli americani, ma una riflessione sulla scelta in senso lato. La grande domanda che mi sono posta in questi giorni è se siamo capaci, come adulti, come esseri umani, di sostenere il peso di una scelta e se siamo ancora capaci, come genitori, di insegnare questo ai nostri figli. Mi sono chiesta se in un mondo virtuale come quello in cui viviamo oggi, non si sia perso il senso del reale e delle reali conseguenze di ciò che facciamo.
Oggi, mentre andavo a scuola a prendere i miei figli, ho visto un gruppetto di ragazzini giocare con i petardi e filmare le proprie attività ricreative con il cellulare. Mi sono domandata che fine avrebbe fatto poi quel filmato. Ho immaginato che l’intento del filmarsi potesse essere quello di condividere tale video. Allora mi sono chiesta se qualcuno avesse spiegato a quei ragazzini il significato del “dopo-condivisione”, se qualcuno avesse parlato loro della conseguenza dello “scegliere-di-condividere-tutto”. E, più in generale, se qualcuno avesse parlato loro della conseguenza di una scelta. O anche, perché no, di ogni non-scelta?  Mi sono chiesta se qualche adulto abbia progettato per loro un percorso di crescita orientato al “saper scegliere”, magari chiedendo loro di decidere fra più opzioni, magari ascoltando le loro richieste e portando loro obiezioni sensate, magari affrontando le loro proposte con controproposte valide. Nei piccoli gesti quotidiani, nelle piccole cose della vita, ogni giorno. A tutti noi è chiesto di fare delle scelte. E noi le facciamo. Ma quante volte pensiamo alle reali possibili conseguenze?
Quale grande sfida ci troviamo ad affrontare oggi! Riprendere in mano il nostro futuro e insegnargli a scegliere in modo sensato, a ragionare, a riflettere, a ipotizzare, a porre questioni. Abbiamo l’onere e l’onore di chiedere ai nostri figli di ragionare. Abbiamo l’incarico pressante di portarli all’autonomia di scelta. E allora come fare? Come aiutare un bambino a maturare la responsabilità della scelta quando ci ritroviamo a vivere in un mondo che nella nostra mente non esiste? Quando quello che leggiamo sembra non riguardarci mai? Quando quello che clicchiamo non ha importanza perché tanto nessuno ci conosce perché abbiamo usato un falso username? Quando possiamo scrivere quello che vogliamo su facebook, tanto facebook non esiste?
Mi guardo intorno e vedo genitori sempre meno consapevoli delle intricate ragnatele della realtà, ignari del pasticcio in cui si cacciano i propri figli quando pubblicano video su youtube, inconsapevoli delle trappole della rete e della realtà virtuale. Vedo ragazzi accedere al mondo virtuale senza filtro e senza paura.  Guardare cose una volta segrete ora autorizzate pubblicamente. Condividere la propria e l’altrui vita privata senza pensare a nessuna conseguenza. Se tutto questo, ogni giorno, così vicino a noi, viene percepito tanto lontano, come può essere percepita qualsiasi altra scelta?
Io non ho risposte certe. Ho solo domande. Ma spero che nel farci queste domande riusciamo anche a fermarci a cercare le risposte. Spero che leggendo qualche riga scritta da una mamma che ha la fortuna di poter guardare il futuro da una finestra privilegiata, quella del lavoro educativo, altre mamme si accorgano di quanto sia oggi, come ieri e più di ieri, importante riflettere sul compito arduo e complesso dell’educare alla scelta e alla capacità di portare il fardello che essa comporta. Altre scelte ci riserba il futuro, altre domande e altre risposte da dare e io mi auguro che saremo pronti e preparati. Mi auguro che le future generazioni possano esserlo. Perché l’unica unità di misura delle scelte che facciamo è la quantità di dolore che essere provocano all’altro da noi!

venerdì 28 ottobre 2016

Il mondo che ho nella testa

 A volte mi sento un pesce fuor d’acqua. O meglio, un pesce che s’arrampica su un albero, per citare Einstein. Mi guardo intorno e mi accorgo di quanto il mondo giri al contrario e di come io non riesca a salire a bordo. Per quanto mi sforzi, per quanto ci provi, lui continua a girare dalla parte sbagliata e io continuo a tentare di salire senza successo. Decine di migliaia, decine di milioni, insomma, una moltitudine di persone che proprio io non riesco a capire. Tutti vanno e non dovrebbe andare. Dovrebbero fermarsi e sedersi a pensare. Ma non lo fanno e continuano ad andare. E più io penso e guardo, più le cose vanno per il verso sbagliato. Allora io mi domando se non sia il mio punto di vista a essere sbagliato. Certo, sempre citando Einstein, il mio punto di vista è certamente “relativo”, limitato, soggettivo. Ma è il mio e con esso a me tocca convivere. E il mio punto di vista mi dice che questo mondo sta proprio andando alla deriva. Non in senso fisico, visto che si muove in orbita attorno al sole da miliardi di anni, in equilibrio perfetto, alla distanza perfetta per garantire la vita, in un moto continuo. Ma in senso etico e morale. Va alla deriva e incredibilmente se ne frega. Gli esseri umani se ne fregano. Ce ne freghiamo. Non riusciamo a comprendere quanto sia meraviglioso e incredibile che proprio noi, in questa immensità, siamo vivi. Noi, fatti di ciò che son fatte le stelle, fatti di polvere di materiale universale arrivato da chissà dove, da piccole particelle legate alla vita da un soffio, mentre fuori c'è il nulla cosmico. Siamo terribilmente soli e fragili, seduti sopra un castello di carte con una spada di Damocle sopra la testa ma, nonostante questa enorme verità, riusciamo a passare il nostro tempo a dimenticarcene, accalcati dentro a centri commerciali ricolmi di nulla mentre fuori gli altri alzano muri e confini, mentre schierano missili nucleari di portata apocalittica, mentre affondano nazioni interne sotto milioni di barili di petrolio. Ce ne stiamo lì a urlare e strapparci i capelli per avere l'ultimo i-phone senza sapere che tutti stiamo affondando contemporaneamente. E io proprio non capisco. Non riesco a farmene una ragione. Perché? Perché la nostra mente funziona come una matrioska dove il contenitore più piccolo in cui ci troviamo ci rende ciechi e indifferenti rispetto a ciò che sta fuori? Cosa può cambiare questa visione limitata che abbiamo di noi e degli altri e del mondo e dell’universo? Cosa potrebbe spingere le persone a dire “mi interessa”, a guardarsi dal di fuori e a domandarsi “ma che cosa sto facendo”?
So che nessuno sarà mai in grado di rispondere a queste domande e che forse la risposta non esiste o, ancora meglio, che ne esistono molte. So che con le mie mani nude difficilmente riuscirò a risalire la cascata da cui sono scesa per vedere cosa c’è sopra e che forse dovrei smettere di sforzarmi di nuotare controcorrente. Ma io non riesco a smettere di guardare il messaggio della campagna di Save the Children che ogni dieci minuti intervalla la proiezione dei goal della giornata e non riesco a smettere di dirmi quanto male stiano insieme queste due cose. In un mondo ideale non dovrebbero esserci bambini da salvare mentre qualcuno si picchia per un goal. Nel mondo che ho nella mia testa qualcosa è andato storto. Siamo davvero gli esseri evoluti che ci vantiamo di essere? O siamo solo quella matrioska che nasconde e camuffa molto bene l’essere dis-umano che c’è in noi?
Penso e mi arrovello e in questa giornata di fine ottobre scrivo. Scrivo per riflettere e non scordare le mie riflessioni. Scrivo per ricordare che ho il potere del pensiero e che posso pensare un progetto diverso. Posso muovere una pedina e cambiare il corso della mia partita. E posso farlo anche per qualcun altro perché io ho la fortuna di aver scelto il lavoro più incredibile che esista. Ho scelto di essere un’educatrice e di occuparmi del nostro futuro. Posso essere qualcosa di importante per qualcuno, posso mostrare cose importanti a qualcuno, posso raccontare cose importanti e trasmettere una visione diversa del mondo che verrà. Forse è poco, forse non è nulla o magari invece è tanto. E so che dovrà essere mia cura scegliere il messaggio da trasmettere. Sarà mia cura fermarmi e pensare. Fermare e pensare. La sfida sarà enorme e il risultato incerto, ma per l’idealista che sono non può essere che io non ci provi. Voglio che le persone possano capire. Voglio provarci pur sapendo che avrò con me soltanto le mie mani nude e il mondo che ho nella testa per tentare di cambiare il mondo che oggi è.

venerdì 7 ottobre 2016

Le scintille

Qual è la sfida più difficile per un educatore? Me lo sono chiesta tante volte e spesso mi fermo a meditarci. Forse è la relazione con i bambini? Forse quella con i colleghi o i genitori? Forse le incombenze quotidiane e i limiti del luogo in cui ci troviamo? Io non credo. Quella che io percepisco come la sfida più grande è il fatto di non perdere mai l’entusiasmo. La scintilla che accende il pensiero. Il desiderio di non appiattirsi, di accogliere le sfide e di affrontarle cercando nuove e innovative risposte. Aprire la propria mente, uscire dal quotidiano e vedere oltre. Alzarsi in volo e vedere quella miriade di possibilità che l’essere umano è. Questa io credo sia la grande sfida. Ogni giorno, troppo spesso, incontro adulti troppo adulti. Insegnanti ed educatori “cattedratizzati” e “cattedratizzanti”, senza spirito, spenti. Insegnanti ed educatori che spengono scintille e che omologano e si omologano verso il basso. Riuscire a non farsi fagocitare da tutto questo, a non lasciarsi spegnere, è lo sforzo più grande che viene richiesto a ognuno di noi. Qualcuno, una volta, mi ha detto scherzando di non guardare troppo fuori dalla porta altrimenti quando si rientra e ci si scontra con la realtà del sistema educativo scolastico poi ci prende la depressione. Forse è vero. Forse fermarsi, formarsi, riflettere, incontrare alternative, vedere oltre, ha questo triste rovescio della medaglia: il fatto di sentirsi impotenti di fronte al sistema immobile e quindi, di conseguenza, di percepirsi disarmati. Forse! Ma io non penso che sia così. Io non voglio perdere la mia scintilla. Io voglio continuare a formarmi, a conoscere e a mettermi in gioco, voglio continuare a tenere accesa la mia fiamma, voglio continuare a rubare qualche minuto al cambio dell’ora per far fare ricreazioni cerebrali ai miei ragazzi, voglio girare tra i banchi mentre assistono all’ultima estenuante lezione frontale della giornata e tenerli svegli con qualche stratagemma che li faccia sorridere, voglio accendere la musica, farli camminare per comprendere quanto tempo passa prima dell’arrivo dell’uomo sulla terra. Voglio continuare a credere che sia possibile contagiare chi ho di fianco per far divampare un incendio di idee. So che è possibile. Ci credo. E so che posso e devo provare a contagiare anche chi ogni giorno entra in classe e si siede in cattedra. Certo, so bene che fortunatamente esistono molti insegnanti fortemente motivati, entusiasti, desiderosi di fare. Ma so anche, purtroppo, che ne esistono altri che si son spenti in una routine fatta di scadenze, di documenti da riempire, di scartoffie da compilare, di progetti da mettere per iscritto, di richieste che catturano in una ragnatela. E so infine che tra questi ultimi ce ne sono diversi che quella scintilla non l’hanno spenta del tutto ma solo sopita, smarrita nel quotidiano. Ed ecco la sfida che mi sento di raccogliere. La sfida di riuscire a riconoscerli e a contagiarli perché so che, non appena a contatto con il virus, questi insegnanti s’infiammeranno e si lasceranno trasportare, accenderanno idee, svilupperanno proposte che poi cambieranno il loro modo di esserci. So che è possibile. L’ho sperimentato. Forse non sempre, forse non con tutti, ma so che è possibile provarci anche correndo il rischio di fallire nel tentativo. Posso fallire ma come educatore sento il dovere pedagogico di non smettere di provarci, di non spegnermi, di perseguire l’obiettivo di impedire che gli altri si spengano. Gli alunni per primi, gli insegnanti poi e infine le famiglie. So che si può fare. Si può mostrare e dare possibilità. Vedere che qualcosa può cambiare. Un giorno dopo l’altro, un passo dopo l’altro. Essere educatore per essere formatore. Mostrare con il proprio essere il poter essere. Vorrei che chi ancora possiede questo entusiasmo non permetta agli altri di spegnersi. Perché un futuro più luminoso è possibile grazie alle scintille di oggi.