La prima cosa che le persone
cercano di capire quando nasce un bambino è a chi assomiglia. Lo osservano,
scrutano il suo sguardo, la forma del naso, quanto sono lunghi i piedi e
perfino il colore degli occhi. Cercano di carpire il legame fisico fra il
bambino e i suoi genitori. Qualcuno dice che assomiglia alla mamma, qualcun
altro al papà, altri ancora azzardano alla nonna o allo zio. Trovano
somiglianze anche quando non ci sono. Ma c’è un legame, molto più profondo, che
ogni bambino ha con le persone che lo hanno generato. C’è un legame fatto di
emozioni, vissuti, bagagli esperienziali che non possiamo riconoscere
immediatamente nei bambini, che si nasconde dentro di loro e che li
accompagnerà per tutta la vita. E’ qualcosa che c’è, qualcosa che si trasmette,
da genitore a figlio. Su questo legame profondo costruiamo le nostre relazioni.
Ciò che siamo è visibile in ciò che i nostri figli sono e in ciò che i nostri
genitori erano. Il bambino che siamo stati, il figlio che eravamo è l’origine
del nostro essere genitore. E’ qualcosa di difficile da spiegare e ancor più
difficile da comprendere. E’ qualcosa che va molto oltre la somiglianza fisica.
Dicono che nasciamo con una dote, quella genetica, che ci viene trasmessa dai nostri
genitori naturali. E poi cresciamo relazionandoci con l’ambiente che ci
circonda, con i care givers, le persone che si prendono cura di noi e che
entrano in relazione con la nostra dote, che la plasmano dando origine a noi.
Siamo esseri biologici e esseri sociali allo stesso tempo; ci modifichiamo e ci
plasmiamo creando legami che a nostra volta trasmetteremo ai nostri figli
aggiungendo dote a dote. Tenere conto di tutto questo, educando i nostri figli,
significa approfondire la conoscenza di ciò che siamo, significa ritrovare le
nostre origini per comprendere le nostre scelte genitoriali, significa farsi
domande sul sé per darsi risposte sull’altro da sé. Ignorare questa cosa
diviene educare senza una radice e senza una rotta, travolti dagli eventi, travolti
da ciò che eravamo che senza briglia può schiacciare ciò che siamo. Conoscersi
e conoscere i propri legami sociali è importante per ritrovare la rotta. A
volte alcuni genitori mi raccontano le loro fatiche a comprendere i propri
figli, le loro paure nell’affrontare una distanza che non riescono a
decodificare (parlo soprattutto degli adolescenti). Ma accorciare questa
distanza non è impossibile. Serve determinazione e introspezione. Fermarsi come
genitori e guardarsi allo specchio cercando di capire chi siamo, che figli
siamo stati, che genitori abbiamo avuto e che genitori vogliamo essere è il
primo passo verso la comprensione e il cambiamento. Colmare la distanza è prima
di tutto coprire il divario che c’è fra quello che siamo e quello che potremmo
essere. E’ importante incontrarsi, padre e madre, e ritrovare un orizzonte
comune esplorando la strada già percorsa continuando però a guardare avanti
perché non possiamo cambiare il passato ma possiamo scrivere un futuro diverso.
Il cambiamento è possibile solo grazie alla conoscenza. Non perdiamo la
speranza, non smettiamo di lottare, fermiamoci e ritroviamoci per costruire coi
nostri figli un legame solido ed equilibrato che duri per sempre, di dote in
dote, di dna in dna, di vita in vita.
Questo blog è scritto a quattro mani. Quando leggerete troverete l'essenza di noi. Leggerete la nostra esperienza di vita, come mamme e come educatrici. Questo blog è la nostra visione pedagogica. Questo blog siamo noi! Il nostro motto è: L'ESPERIENZA DEGLI EDUCATORI AL SERVIZIO DEI GENITORI! Aiutateci a rendere speciale questo blog con le vostre condivisioni e i vostri commenti...
sabato 27 febbraio 2016
mercoledì 24 febbraio 2016
Con un poco di zucchero...

Vivo il mondo della scuola dall’inizio della mia esperienza educativa
e anche qui il problema è lo stesso. Correre e correre più veloci degli altri.
Gli alunni devono essere veloci, rapidi, attenti, bravi, seduti, educati,
capaci, responsabili, comunicativi…sempre. Gli insegnanti devono essere
preparati, dinamici, orientati agli obiettivi, efficaci ed efficienti,
comunicativi, utili…sempre. I genitori devono essere bravi educatori, attenti,
preparati, efficaci ed efficienti, comunicativi, impegnati e obbedienti…sempre.
La realtà però è molto diversa. La realtà è fatta di persone che sbagliano, di
persone imperfette, che crescono, che cambiano, di persone che si incontrano e
si scontrano. La realtà è fatta di tanta fatica ma anche di aspettative
reciproche puntualmente deluse, ognuno rinchiuso nel proprio personale punto di
vista. E in tutto questo io penso ai bambini e ai ragazzi. Rallento, mi siedo
in disparte e cerco soluzioni. Ci penso mentre cucino, mentre pulisco casa,
mentre guido. Mi incarto nei miei pensieri e so che la soluzione è dietro
l’angolo e la cerco. Almeno ci provo. Cerco quel poco di zucchero che renda la
vita scolastica dei ragazzi un po’ più dolce, un po’ più leggera. Cerco di
arrivare agli obiettivi percorrendo una strada diversa, alternativa. Non è
facile ma nemmeno impossibile. Il segreto sta nel capire su chi possiamo
contare, nel cercare e vedere le risorse conoscendo i limiti ma senza lasciare
che ci travolgano. La scuola ha dei limiti? Sì, tantissimi. Ma ha anche
risorse. Persone soprattutto. Persone a cui possiamo ricordare quanto è bello
vedere gioia ed entusiasmo negli occhi dei ragazzi, quanto è bello insegnare
divertendosi con loro pur senza dimenticare che l’apprendimento è anche
impegno, costanza, determinazione, ordine. Persone a cui possiamo dire che con
con un pizzico di zucchero in più l’impegno non sarà sofferenza ma fatica
ripagata, tempo ben speso, gioia di imparare. Forse ci sono persone che non
arriveranno ma a questa consapevolezza ma so che ce ne sono altre a cui basta
un guizzo, un piccolo incoraggiamento e il loro punto di vista potrebbe
cambiare. Questo è il mio pensiero di oggi. Un pensiero dedicato a chi crede
ancora che si possa cercare e trovare la gioia di stare insieme e di far
crescere curiosità e conoscenza nei bambini e nei ragazzi ricordandosi che sono
loro il nostro futuro. Perché lo so, ne sono sicura, si può fare….
domenica 21 febbraio 2016
My BIG pet
"Grande, immensamente grande nella
dolcezza, nella disponibilità, nell’affetto, nel calore, nel senso di protezione
e comprensione che solo tu sai darmi!"
A chi rivolgo queste parole? Al mio gatto, al mio cane, alla mia cavia peruviana…
A chi rivolgo queste parole? Al mio gatto, al mio cane, alla mia cavia peruviana…
Da piccola sono cresciuta insieme
a cane e gatto e da grande, non appena ho avuto la mia casa, i gatti sono
sempre stati una preziosa compagnia. Adoro gli animali e sì, faccio parte di
quelli che d’estate cercano di spiegare alle mosche che devono uscire dalla finestra.
Gli unici animali che non sopporto sono le zanzare, abbiate pazienza!
Amo gli animali perché ci donano
amore incondizionato, si prendono cura di noi, della nostra felicità e
soprattutto della nostra tristezza, dei nostri bisogni più profondi e segreti. E
la cosa meravigliosa è che noi spesso non ce ne rendiamo conto. Amo gli animali
perché quando li vedo insieme ai bambini assisto a uno spettacolo della natura.
Li guardo e rifletto. Penso al meraviglioso rapporto bambino-animale e a ciò
che si impara vivendo insieme a loro.
![]() |
Il piccolo grande Pupi |
Sapete, a fine anno scolastico i
grandi della scuola dell’infanzia ricevono un diploma e quest’anno pensavo
proprio che il diploma dovrebbe essere dato anche alla nostra cavia.
“A Pupi con affetto, grazie per
tutte le coccole che ci hai regalato!”.
Grazie Pupi a nome di tutti i bimbi della
scuola che hanno potuto avere la fortuna di conoscerti!
giovedì 18 febbraio 2016
Amici per sempre!!!

martedì 16 febbraio 2016
Il segreto di un adolescente

domenica 14 febbraio 2016
Lo sguardo educativo
L’altro giorno il mio “bimbo” ha compiuto 14 anni. Proprio così, 14! E in questo giorno speciale io ho ricevuto un bellissimo regalo! Semplice e allo stesso tempo emozionante. Un messaggio che diceva più o meno così: “Ciao, mi ricordo ancora quel momento in cui ci siamo incrociate in sala parto”.
Io trentenne, scorpione e al primo figlio. Lei trentenne, scorpione e alla prima figlia: Anna e Marco come, la canzone di Dalla. Due donne sconosciute che condividono il momento più importante della loro vita, un momento di trasformazione radicale. Due sguardi intensi, poche parole, eppure un legame che resta immutato nel tempo anche dopo anni di silenzi. Come si spiega questo speciale incontro?

Sono i nostri occhi. In molti li chiamano lo specchio dell’anima. Uno strumento assolutamente raffinato, evoluto e tecnologico al contempo. Hanno un potere che le parole non conoscono. Con essi si creano le relazioni fondamentali del nostro essere, senza le quali non siamo nulla.
Noi siamo relazione con e nello spazio, con e nella natura, insieme agli altri esseri viventi.
Ricordo come fosse ora le parole dell’ostetrica: “guardalo!”. Sembrava più un imperativo che un consiglio ma, in quel momento in cui la vita mi aveva travolta, l’ordine è arrivato perentorio e ho obbedito. È stato un secondo, uno sguardo. Ma in quello sguardo c’era tutto.
Ed in futuro, occhi negli occhi, lui è sempre stato la mia guida. Mentre lo nutrivo, mentre giocavo con lui, mentre facevamo il bagno, mentre lo rimproveravo. Gli occhi che guardano il mondo con il naso all’insù, gli occhi che si portano all’altezza del bambino per guardare il mondo dal suo punto di vista, gli occhi che pian piano lo seguono a distanza mentre lui se ne va solo per la sua strada. Sono gli stessi occhi che mi permettono di riconoscerlo tra la folla e con i quali ci capiamo senza parlare, ora che il mio “bimbo” non è più così bimbo.
Questa è l’essenza di ciò che credo sia un rapporto educativo. È un legame forte. È il legame tra due persone. Un legame così intenso da potersi intendere senza parlare. Questo è il segreto dell'affetto che mi unisce a quella donna allora sconosciuta. Ciò che ci ha accomunate è stato lo sguardo. Ognuna di noi era ormai mutava radicalmente, ma insieme osservavamo le stesse cose. Una vicinanza unica.
Ecco! Questo è il mio personale modo di essere un educatore, come madre e come operatore.
E’ buffo perché non mi ero mai soffermata a riflettere su queste cose. Forse le avevo date per scontate ma le mamme dei bambini con i quali lavoro mi hanno fatto notare come tra me e i bimbi ci sia questo forte legame di sguardi. L’affetto di sguardi condivisi, di cammini condivisi, di mete condivise. In tutte le professioni si indossano abiti o si utilizzano strumenti particolari e le persone riconoscono la professionalità anche per questo. I miei abiti non indicano nulla. Io non possiedo la valigetta degli attrezzi. Io non posso essere riconosciuta se non per gli strumenti più potenti ed efficaci del nostro corpo: gli occhi.
La lepre o la tartaruga
Mentre sono in macchina e osservo il paesaggio invernale che mi circonda, ho l’opportunità di starmene tra i miei pensieri e così mi tornano in mente alcuni discorsi che mi è capitato di ascoltare mentre facevo la spesa oppure all’uscita da scuola o in altre occasioni casuali. Spesso questi discorsi trattano la questione dei figli.
Ciò che mi colpisce, la maggior parte delle volte, è la quantità di lamentele che i genitori esprimono riguardo alla difficoltà di far fare diverse cose ai propri figli perché i figli non ascoltano, non si concentrano, non ci mettono la testa, non ci mettono il tempo... Allora inizio a riflettere e penso ai bambini quando sono piccoli, ma intendo proprio piccoli, durante il primo triennio di vita. E penso a come crescono.
E così noto come sia curioso che la maggior parte dei genitori, quando i bambini sono in questa fase delicatissima della loro vita in cui si fissano i primi apprendimenti, si prodighino a sottolineare come il proprio bambino abbia “imparato velocemente” a fare una determinata cosa, come sia “veloce” nel farla e come sia passato “velocemente” da un apprendimento a quello immediatamente successivo. Poi penso a come gli stessi genitori si sforzino di far fare ogni cosa ai propri bambini prima di tutti gli altri, anche sostituendosi a loro, se serve. Penso, ad esempio, a come i bambini vengono forzatamente tenuti in piedi pur non avendo ancora nessuna capacità, nè celebrale nè fisica, per affrontare la vita da bipede. Oppure penso a quanto velocemente vengano addestrati all’uso delle nuove tecnologie, con grande soddisfazione di chi li vede maneggiare abilmente un telecomando, un tablet o altro. Penso a come vengano fatti passare rapidamente da un'attività all'altra, da un gioco all'altro, da un luogo all'altro. Penso a come vengono catapultati rapidamente nella nostra dimensione caotica, a quante volte non siamo capaci di aspettare, di aspettarli. E allora penso al nocciolo della questione: LA VELOCITA’. Arrivare per primi, non importa per quale fine e soprattutto con quale mezzo, l’importante è arrivare primi!
E via così negli anni a venire: i primi al corso di nuoto o di canto, i primi in inglese, i primi a scuola, i primi e basta!
VELOCI, di corsa: prima degli altri ad imparare, primi ad arrivare.
La riflessione che nasce spontanea quindi è evidente: la velocità aiuta realmente a crescere? E in che modo?
Se il nostro organismo è strutturato per imparare a camminare solo quando tutte le articolazioni del nostro corpo saranno in grado di sostenerlo senza fatica e quando, nel frattempo, il nostro cervello avrà appreso sufficienti informazioni per interpretare il mondo con la visione di un bipede, perché noi ci ostiniamo ad anticipare questo momento? E cosa succede facendolo? Cosa insegniamo realmente ai bambini attraverso la velocità? Siamo sicuri che la velocità sia realmente l’unica via per ottenere i successi in così tanto ambiti?
E poi, quando i bambini saranno cresciuti e servirà tempo per fare tante cose, come ci giustificheremo con loro? Servirà tempo per leggere, tempo per studiare, tempo per riflettere, tempo per attendere. Servirà tempo per crescere, maturare e allora diremo loro che sono troppo piccoli, troppo bambini, troppo immaturi. E modificheremo le nostre aspettative, le nostre richieste e le nostre critiche. Diremo loro “possibile che non sei capace di stare fermo ad aspettare? Possibile che non riesci a concentrarti? Possibile che devi avere tutto subito?”.
Ci sono apprendimenti che sono legati a ciò che si fa come imparo a tirare un pallone in porta. Ma ci sono altri apprendimento, ben più profondi e articolati, che necessitano di tempo e il tempo è una faccenda molto personale, senza paragoni, senza corse a chi arriva prima perché alla fine, lo scopriremo, c’è un tempo per ogni cosa!
La fatica di fare fatica!
Nascere non è una cosa semplice. Parte da un

bisogno, quello del nostro bimbo di emergere, di fuoriuscire, di venire al mondo. Nasce dalla spinta ad andare altrove, al di fuori. Il nostro compito, in quel momento è quello di metterci totalmente a sua disposizione, attraverso il nostro corpo, con la nostra forza e con tutto l’aiuto del nostro spirito. In quel momento ci dobbiamo mettere in ascolto. Dobbiamo ascoltare il nostro corpo e il nostro bambino. In quel momento ci dobbiamo mettere in attesa. Dobbiamo aspettare la sua decisione. Dobbiamo aspettare le spinte del parto per poterlo aiutare. In quel momento sappiamo che non è una nostra decisione. Non scegliamo noi quando le spinte debbano arrivare. Però possiamo prendere un’altra importantissima decisione: la nostra decisione sta nel volerlo aiutare nel momento in cui LUI ci chiede di farlo. E’ un lavoro di squadra in cui ognuno fa un passo ma nessuno calpesta l’altro. In quel preciso momento, nel momento della nascita, il bambino vive quindi un’opportunità. L’opportunità di scegliere. L’opportunità di andare oltre. E da quel momento inizia un nuovo viaggio in cui sarà accompagnato da adulti che si prodigheranno in sforzi educativi e didattici per renderlo una persona capace di affrontare il mondo in perfetta autonomia. Questo è ciò che accade, o che perlomeno dovrebbe accadere, perché osservando attorno a me il mondo della scuola, di ogni ordine e grado, mi capita sempre più spesso di incontrare bambini rinunciatari. Sono quelli che rispondono “non riesco, io non sono capace”. Sono quelli che aspettano che l’adulto si sostituisca a loro. Mi si riempie il cuore di tristezza osservando la loro rinuncia alla scelta. Allora mi chiedo “perché un bambino all’età di 4 anni decide già che non vuole provare? Perché non vuole lottare per raggiungere un obiettivo? Qual è il meccanismo educativo che li porta a questa decisione? Cosa ha fatto sì che il bambino abbia scelto di rinunciare?”. E mi chiedo anche cosa noi genitori ed educatori possiamo fare affinché questo pensiero non si radichi nella sua mente. E poi cerco con lo sguardo attorno a me e vedo altri bambini. Quelli che negli occhi hanno un lampo scintillante, l’idea di compiere un gesto. E poi li vedo iniziare. Cominciano con un piccolo passo, magari cadono, si rialzano, ritentano, traballano ma non mollano e alla fine riescono a raggiungere ciò che hanno desiderato e in quell’istante, proprio in quell’istante il loro volto s’illumina di felicità meravigliosa! Il viso dice apertamente “ci sono riuscito! sono capace! posso farcela!”. La fatica che hanno impiegato per ottenere ciò che desideravano, le energie che hanno dovuto investire, le cadute e le lotte combattute hanno consentito loro, alla fine, di sentirsi euforici. La gratificazione del raggiungimento di un obiettivo in autonomia li ha resi consapevolmente forti, capaci quindi di comprendere che per ottenere un risultato bisogna investire tempo, energie. Questi bambini sanno che vi saranno delle cadute, che bisognerà trovare le forze per rialzarsi, che servirà tenere duro, riprovare e non mollare per giungere alla meta.Tutto questo insegna molto più di ciò che possiamo immaginare. E allora ripenso ai molti bambini rinunciatari che incontro nel mio lavoro e mi chiedo: perché noi genitori abbiamo così spesso la tendenza ad anticipare i loro bisogni? A sostituirci a loro? A non volere che vivano frustrazioni, cadute e paure? Perché siamo così spaventati dall’idea di lasciare che i nostri figli facciano fatica? Si, fatica! La fatica di far da soli, di sbagliare e riprovare; la fatica di aspettare, la fatica di accettare i propri limiti e perfino di accettare di sbagliare. Non è forse stato un atto di estrema fatica nascere? La fatica ha un senso profondo: è uno sforzo temporale, fisico e mentale che ci spinge verso qualche cosa di diverso da ciò che siamo ora. E’ lo sforzo che ci porta verso la soddisfazione personale di raggiungere un obiettivo. Una soddisfazione direttamente proporzionale allo sforzo che ho dovuto compiere.Tutto questo mi porta a pensare che forse dovremmo riscoprire il gusto della fatica: per noi genitori quella di lasciar agire i nostri figli in autonomia e per i nostri bambini quella di emergere, di divenire altro da noi perché ciò che saranno domani lo costruiscono da oggi, uno scalino alla volta….con molta fatica!
La responsabilità di essere responsabili!
Tra tutte i pensieri che mi sono passati per la testa questa sera, un concetto ha preso il sopravvento. LA RESPONSABILITA’. Che significa essere responsabili? Quando e come si diventa responsabili? Responsabili e ciò che ci aspettiamo che i nostri figli diventino quando saranno grandi. Già. Ma quando diventano grandi? Semplice! Dall’oggi al domani. Quando lo decidiamo noi. Si, perché, fino a ieri andava bene tutto, venivano accuditi in tutto, sostituiti in tutto e ogni loro gesto era giustificato. Poi, improvvisamente, da oggi, ALT! “Non sei sufficientemente responsabile” tuoniamo noi “sii responsabile!”...

Ecco, questo è ciò che io credo sia l’educare al senso di responsabilità. La responsabilità è la capacità di percepirci come parte di un tutto e, in quanto tali, al tutto collegati. Per questo sono fermamente convinta che non è mai troppo presto per insegnare il senso di responsabilità ai bambini poiché essi hanno una grande capacità di comprendere, a patto che gli venga spiegato e sopratutto mostrato con comportamenti coerenti. Per questo credo non sia per nulla educativo crescere i bambini fornendo loro risposte che demandano il senso di responsabilità di ciò che avviene nella loro vita sempre ad altri. Non sono gli oggetti brutti e cattivi che fanno male ad un bimbo piccolo quando inizia a camminare, inciampa e colpisce accidentalmente una sedia! Non sono sempre gli altri che insegnano al nostro bimbo le “brutte parole”! Non sono sempre gli altri che fanno o non fanno determinate cose e non sono gli altri ai quali noi genitori dobbiamo demandare sempre l'autorità per regolare i nostri figli. Non è sempre il ginecologo, il pediatra, la maestra.... Ma siamo noi! Noi genitori ed educatori che ci assumiamo la responsabilità dei no e dei sì nei confronti dei nostri figli. Solo assumendoci le nostre responsabilità insegneremo loro a fare altrettanto, verso se stessi e verso il mondo di cui fanno parte.
Un vero tesoro!
Oggi mi sono presa un attimo tutto per me e ho deciso di sfogliare alcuni album fotografici della mia famiglia. Ho ritrovato alcune bellissime foto e a un certo punto mi sono fermata a osservare i miei figli insieme ai loro nonni...che meraviglia! Sono così diversi oggi! Certo nei loro volti si vedono le sfumature del tempo che li ha trasformati ma negli occhi hanno la stessa luce, come se lì il tempo si fosse azzerato. Quello è il tempo in cui i miei figli sono con i loro nonni.
Quando partiamo per andare a trovarli il viaggio è una sorta di trasformazione e già scendendo dalla macchina tutto cambia. I loro abbracci, i loro sorrisi: è un mondo fatto dei miei figli e dei loro nonni, il loro mondo. Io resto in disparte, una spettatrice molto fortunata. Poterli osservare è un privilegio. Il loro è un mondo fatto di racconti, di storie sulla loro infanzia, di ricordi su come si sono conosciuti, di avventure nella natura, di animali veri o fantastici. Ogni gesto compiuto insieme assume una sfumatura particolare. Cambiano il tono delle loro voci, il ritmo dei discorsi, inventano piccoli riti tutti per loro, hanno piccoli grandi segreti. Così le passeggiate nel bosco, la caccia alle uova nel giardino a Pasqua, i regali che Babbo Natale lascia nella loro casa, tutto assume un colore diverso. Resto affascinata nel vedere come riescano ad essere complici delle piccole cose. Li vedo così uniti e mi reputo una persona estremamente fortunata! I nonni sono persone che hanno avuto la possibilità di rendersi conto di ciò che è stata la loro vita, nel bene e nel male, sanno ciò che hanno apprezzato o che avrebbero dovuto apprezzare ma che magari non hanno potuto, sanno per cosa è giusto combattere e per cosa non vale la pena e di tutta questa conoscenza hanno fatto tesoro decidendo di donarlo ai loro nipoti. Mi piace pensare che per ogni bimbo ci sia un nonno speciale, capace di rendere la quotidianità un po’ magica. Mi piace pensare che per ogni bimba ci sia una nonna a cui confidare piccoli segreti e da cui trovare rifugio quando se ne sente il bisogno. Mi piace guardare mia mamma parlare con i miei figli e avere una voglia incredibile di dialogare con loro, ma soprattutto mi piace vedere che lei ha la capacità di riuscirci.
Ecco, quando penso a questo credo davvero che vi sia la possibilità, in noi esseri umani, di creare se lo si desidera, un luogo educativo capace di far tesoro delle differenze di genere e di generazione trasformandole in esperienze uniche. A volte non importa la quantità di tempo che passiamo con le persone che amiamo ma la qualità, ed è la qualità che rende unici questi incontri.
Verso un mondo diverso
Mi torna alla mente un gesto che 38 anni fa fece mio padre. Avevamo appena finito di cenare e lui chiese a me e mio fratello maggiore di aiutarlo a riordinare la cucina così che la mamma potesse lavare i piatti. Alla sua richiesta mio fratello rispose “ma io sono un maschio!”. Allora mio padre lo guardò poi chiese a lui, a me e a mia madre di mettere le mani aperte le une vicino alle altre con i palmi rivolti verso l’alto e ci chiese di osservarli. Si rivolse a mio fratello e chiese “Vedi qualche cosa di diverso?”. Chiaramente, a parte le dimensione, differenze non ve ne erano. “Ecco!” disse “siamo una famiglia e tutti contribuiamo, maschi e femmine, grandi e piccoli, ognuno a seconda delle proprie capacità”. Avevo solo sei anni ma non me lo sono più dimenticata, e nemmeno mio fratello! Ripenso a questo semplice episodio e credo che ci siano piccoli gesti quotidiani che fanno la differenza nell’educazione delle future generazioni. Così, quando sono a scuola e si avvicina l’ora della chiusura, ho pensato che c’è una frase che non funziona. Ai bimbi piccoli viene detto “ora ci prepariamo perché arrivano le mamme a prendervi”. Non può funzionare, perché non è la realtà. La vita reale è fatta di nonne, nonni, zie e zii, papà e mamme e anche di tate che vengono a prendere i bambini a scuola. Sono moltissime le persone che si prendono cura dei bambini prima e dopo la scuola e nominare solo le mamme significa insistere con uno stereotipo ormai superato della mamma che alle 16.00 prende il suo bambino a scuola. E vi dirò di più, penso che non faccia bene a nessuno. Penserete che sia una semplice frase! Io credo proprio di no! Sono fortemente convinta che siano proprio le piccole cose della quotidianità a formare le nostre personalità nel profondo e soprattutto in una fascia d’età come quella della scuola dell’infanzia. Così cerco sempre di porre molta attenzione quando parlo con i bambini sforzandomi di evitare gli stereotipi. Primo fra tutti lo stereotipo della famiglia patriarcale: la mamma che cucina, pulisce, lava e stira e il papà che va al lavoro. Mi impegno e modifico i miei racconti in “quando siete a casa e cucinate con il papà” oppure “mentre aiutate lo zio a stendere i panni e la mamma è al lavoro”. I bambini sono molto attenti a tutto ciò che ci circonda e noi possiamo, anzi dobbiamo, fare la differenza. Se non concepiamo noi per primi un mondo diverso nella nostra testa, in cui non vi siano ruoli definiti a priori e diversi per genere, difficilmente daremo ai bambini, futuri adulti, la possibilità di pensarsi in modo diverso, di pensare per ogni persona una variabile differente e non per questo sbagliata di viversi e vivere la propria vita. I tempi cambiano, il futuro ci anticipa e persino Barbie si è adeguata alla modernità e non sarà più una sola ma tante Barbie che impersoneranno etnie diverse, stili diversi, fisicità diverse e aggiungerei “era ora!”. Il futuro dei nostri bambini non è ancora scritto. Lasciate che siano loro a scriverlo pensandosi fra le mille variabili dell’esistenza possibili…
Chi impara da chi?
Attenzione! Ora vi spiego cosa dovete fare: girate qui, tagliate là, incollate su, e sistemate giù; e poi: pulite, tritate, mescolate, sistemate; infine: leggete, sottolineate, studiate, ricordate!
Non trovate che ci sia qualcosa di strano? Osservate bene i verbi. Sono tutti imperativi. E poi osservate con più attenzione. La domanda è: chi fa cosa? Ecco, la situazione è questa: io ordino tu esegui! Semplice. E’ una situazione di verbalizzazione di consegne con richiesta di esecuzione. Non prevede altro che un buon udito, una minima capacità di rielaborazione e infine una buona esecuzione. Ottimo quando si tratta di ricreare ricette, costruire un mobile dell’Ikea, dipingere una parete. Ma certo non può essere una strategia valida quando si tratta di relazioni educative. A mio parere questa non è una relazione educativa!

giovedì 4 febbraio 2016
Amica Tristezza
Perché abbiamo così paura dei grigi emotivi? Fanno parte di noi. Fanno parte
della nostra costruzione personale. Vivere la tristezza con le sue mille
sfaccettature, ascoltarla, affrontarla, capirla, riconoscerla, mostrarla, ci
rende vivi. Quando siamo tristi gli altri possono aiutarci e sostenerci. Quando
un bambino piange la sua mamma lo coccola, lo consola, gli mostra che dopo la
tristezza si può tornare a sorridere. Possiamo insegnare ai nostri figli a non
avere paura della tristezza, ad accoglierla e ad accogliere l’aiuto. Possiamo dire
loro che si può piangere e essere tristi, che non è sbagliato, che poi si può
ritornare a ridere. Magari proprio di ciò che ci ha fatto sentire tristi. A nostra
figlia possiamo offrire una grande coppa di gelato da condividere
chiacchierando se un fidanzatino l’avrà lasciata o un’amica l’avrà delusa.
Possiamo abbracciarla e consolarla. Al nostro bambino possiamo raccontare una storia della felicità dopo che avremo asciugato e accolto le sue lacrime per il litigio con un amico.
Io temo molto chi non piange mai,
chi non mostra mai un dubbio, chi non vacilla, chi non si ferma e non dice mai “oggi
mi sento giù”. Esprimere i propri sentimenti di malinconia non significa essere
pessimisti ma accettare le emozioni per quelle che sono. Si può essere
ottimisti pur accettando la malinconia. Si può dire “oggi mi sento giù, domani
sarà un altro giorno” avendo la precisa consapevolezza che passerà. Rifuggire
la malinconia, cercare a tutti i costi di nasconderla, ricacciarla in un angolo
remoto e chiedere ai nostri figli di farlo è estremamente pericoloso perché un
giorno tutta quella emozione potrebbe risalire con estrema violenza e
travolgerci con un onda emotiva che non saremo in grado di affrontare. Potrebbe
mutare forma e divenire rabbia, odio, fobia. Potrebbe inquinare la nostra vita
di nascosto trasformandosi in depressione. Ma se la accogliamo così com’è, così
come viene, libera di esprimersi in un emozione che diventa lacrima, in una
giornata passata a guardare la pioggia persi nei propri pensieri, allora così
come è arrivata se ne andrà. Se ci lasciamo consolare dagli affetti, accettiamo
una spalla su cui piangere, guardiamo fuori dal finestrino del nostro autobus,
allora torneremo presto a sorridere perché sappiamo che, come nella battuta di
un celebre film: “non può piovere per sempre”.
lunedì 1 febbraio 2016
Piccoli lettori crescono
La lettura non è così. La lettura
è dolce, delicata, seducente, ritmata, scandita, curiosa, sospesa e paziente.
L’arte della lettura è l’arte dell’attesa, l’arte dell’ascolto, l’arte
dell’immaginazione. Molte mamme si lamentano perché i propri figli non leggono
nulla o sbuffano quando devono leggere. Molti insegnanti si trovano di fronte
muri di gomma quando chiedono ai bambini di leggere. Allora io penso. Ascolto.
Osservo. E vedo davvero poco trasporto da parte degli adulti che tentano di
educare i bambini alla lettura. Educare un bimbo alla lettura non è
costringerlo a leggere. Educarlo alla lettura è raccontare per lui storie
meravigliose ogni sera, è leggere per lui, è sfogliare libri in biblioteca, in
libreria, a casa insieme a lui. Educare un bambino a leggere è fargli vivere
ogni volta una magica e coinvolgente avventura. E’ fargli toccare, annusare,
ascoltare, raccontare un libro. E’ lasciarlo in sospeso la sera dicendogli
“domani andiamo avanti da qui, porta pazienza”. E’ mostrargli le immagini di un
libro illustrato e chiedergli di raccontare con voi una storia nuova ogni sera,
con la sua fantasia. E’ farlo emozionare. E’ farlo sognare. La lettura è
emozione. La lettura poi è anche il diritto di non leggere, di lasciare un
libro a metà perché lo troviamo noioso, di cambiare genere. La lettura è
ricerca. Allora non gettiamo la spugna. Impariamo ad amare e a far amare la
lettura ai nostri bambini perché leggere è dedicare tempo alla loro fantasia, è
dar loro la possibilità di essere liberi, è dar loro la possibilità di vedere
oltre. La lettura è dar loro amore!
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